giorgio moroder
29 Gennaio 2019   •   Lavinia Micheli

Giorgio Moroder, ritorno al futuro della musica

«“Il mio nome è Giovanni Giorgio, ma tutti quanti mi chiamano Giorgio”. Capelli lunghi, occhiali da sole, baffi zappiani e sintetizzatore alla mano ripercorriamo la vita e i successi di Giorgio Moroder, padre italiano della disco-music, idolatrato ancora oggi in tutto il mondo e pronto per regalare nuove emozioni con il primo tour europeo di 15 date in partenza ad aprile 2019.»

Non è il primo collegamento che facciamo. Quando il sabato sera ci capita di andare a ballare musica elettronica, techno o house ma anche, perché no, latino-americano, non pensiamo mai a quale origine abbiano avuto quei suoni, quei bassi accattivanti che ci entrano dentro facendoci vibrare al ritmo delle strobo, facendoci dimenticare tutto il resto intorno. Se la discoteca per come la conosciamo è diventata quel luogo di divertimento che è, il merito e senza dubbio alcuno di Giorgio Moroder, e della sua fame di ricerca e innovazione musicale che lo hanno contraddistinto fin da ragazzo, quando a sedici anni imparò a suonare la chitarra e decise non solo di fare il musicista nella vita ma anche di comporre, e quindi costruire, un nuovo tipo di musica.

giorgio moroder

Andy Witchger [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons

Quella cittadina, nel bolzanese, Ortisei (una delle preferite fra le mete sciistiche italiane), doveva apparire certo limitante per il giovane Giovanni Giorgio Moroder; stretta per i suoi grandi sogni da musicista. Se n’era accorto da subito, da quando aveva avuto la brillante idea di imbracciare una chitarra negli anni in cui negli States esplodeva la prima scintilla del rock. L’occasione gli si presenta nel 1959: Giorgio era studente geometra a Bolzano e doveva affrontare un temibile esame di riparazione a settembre. L’idea non era del tutto congeniale al nostro piccolo futuro genio della disco music dacché un musicista bolzanino gli aveva proposto, ad agosto, un lavoro in Svizzera. In un’intervista rilasciata alla testata online de ilgiornaleoff.it nel novembre del 2017, Giorgio dichiarava: “Ricordo che la sera prima dell’esame sono andato a dormire da un amico di Bolzano e ho detto alla mamma del mio amico di svegliarmi alle otto per poi andare a scuola. Quella mattina mi son svegliato in orario, e in mezzo minuto della mia vita ho deciso di non andare a fare l’esame: avrei perso un anno di scuola ma avrei avuto la possibilità di andare a lavorare come musicista. Ricordo che dissi ai miei genitori che la colpa era stata della madre del mio amico che non mi aveva svegliato”. Quell’istituto tecnico l’avrebbe perso per sempre.

La carriera: gli inizi

Giorgio Moroder comincia la sua carriera come musicista, principalmente bassista, in varie band che girano l’Europa. Sul finire degli anni ’60 si trasferisce a Berlino, poi a Monaco dove avviene l’incontro che gli cambierà per sempre la vita.  Il sintetizzatore all’epoca era ancora considerato uno strumento per pochi eletti, in grado di capire come gestire quel groviglio infinito di cavi elettrici e tirarne fuori qualcosa di sensato, che risultasse orecchiabile, all’interno della griglia dei ritmi e dei suoni conosciuti fino a quel momento. Mediatore dell’incontro con la favolosa macchina è un ingegnere, il primo a mostrargli il suo funzionamento. Colpo di fulmine per Giorgio: da quel momento diventerà il suo mezzo principale di espressione tanto da non poter più scindere Giorgio Moroder dall’infinita e futuristica combinazione di suoni che possono uscire dal sintetizzatore.



“Sapevo che sarebbe potuto diventare il suono del futuro ma non avevo idea dell’impatto che avrebbe avuto”, snocciola Giorgio Moroder nel 2013, ai microfoni dei Daft Punk, il duo francese dell’elettronica, parzialmente erede della lezione del re del synth, che ne registra il racconto di vita, diventato parte integrante della canzone Giorgio by Moroder. Il musicista bolzanino lo sospettava, Brian Eno, invece, correva a gridarlo a David Bowie quel giorno del ’77 in cui negli studi di Berlino si registrava quel capolavoro di album che è Heroes: quello era il suono del futuro. Si riferiva in particolare al grande successo di I Feel Love (1976), dove la soave voce di Donna Summer si dispiegava sulle note ripetute, incessanti, in crescendo delle tastiere e dei bassi. Di chi? Ma di re Giorgio ovviamente. Il sodalizio con Donna Summer, altra carta vincente dell’innovazione pura di Giorgio Moroder.



DI lì iniziò l’ascesa. Gli anni ’80 erano tutti per lui. Lo vogliono persino ad Hollywood: è il primo artista del mondo pop a comporre colonne sonore da oscar, fino a quel momento destinate ai grandi compositori del mondo classico. Nascono capolavori di ogni genere: Flashdance (1983), Top Gun (1986), Scarface (1983) sono soltanto alcuni dei film di cui cura la parte musicale. Tutti lo chiedono, tutti lo vogliono. Non si può pensare ad un grande successo della disco-music in cui non ci sia lo zampino di Giorgio Moroder. David Bowie, Blondie, Freddie Mercury gli prestano la voce, volentieri. E lui ci sta, senza mai abbandonare il suo stile, un’icona al passo con i tempi: accogliente con quei suoi baffi, da far invidia a Frank Zappa, i suoi pantaloni a zampa d’elefante, gli occhiali da sole. Mani sui synth e luci a dipingere i suoni.giorgio moroder

Premi a pioggia

Oggi, dopo tre Academy Awards, quattro Golden Globe, quattro Grammy e più di cento fra dischi d’oro e dischi di platino, oltre all’introduzione nella Dance Music Hall of Fame nel 2004, alla veneranda età di 79 anni Giorgio Moroder torna a stupirci con un tour europeo, A Celebration of the 80’s, in partenza ad aprile. Toccherà 15 cittadine importanti fra cui le italiane Milano, Firenze e Roma, rispettivamente il 17, 18 e 19 maggio, per la gioia delirante dei fan di vecchia data a cui continuano ad aggiungersi migliaia di giovani appassionati del genere, riconoscenti ed innamorati. Le sonorità di Giorgio Moroder sono fra le più campionate per le nuove canzoni, insieme a quelle di James Brown (devo davvero citare I Feel Good?).

“Se vuoi liberare la tua mente dal concetto di armonia e di scrivere musica in forma corretta puoi fare qualunque cosa tu voglia. Nessuno mi ha detto cosa fare e non c’era nessun preconcetto su cosa fare”.

Al futuro, Giorgio!

Lavinia Micheli