Matteo Garrone
12 giugno 2018   •   Snap Italy

Matteo Garrone trionfa a Cannes: i migliori film del regista di Gomorra

«Con Dogman esce al cinema l’ultima fatica di Matteo Garrone, uno dei migliori registi italiani degli ultimi anni. Premiato ed osannato a Cannes, il film s’inserisce perfettamente nella poetica di un autore sempre in bilico tra documentario e finzione: ecco i migliori film del regista romano»

Dieci minuti di applausi alla fine della proiezione al Festival di Cannes, Palma d’Oro per il Migliore attore protagonista a Marcello Fonte, che col suo discorso ha commosso tutta la platea del Gran Theatre. Ecco il successo di Dogman, che vede il ritorno sulle scene di Matteo Garrone.

Ispirato ad un fatto di cronaca realmente accaduto trent’anni fa e noto come “il delitto del Canaro della Magliana”, Garrone spoglia la vicenda della sua efferatezza e restituisce un film che parla di paura, ingiustizia e desiderio di accettazione. In una periferia quasi desolata dove l’unica regola a regnare è la supremazia del più forte sul più debole, Marcello, un uomo esile e mite, si divide tra l’amore per la figlia Sofia e il lavoro nel suo salone di toelettatura per cani. Ha però uno strano rapporto di sudditanza con Simoncino, (interpretato da un bravissimo Edoardo Pesce), un ex pugile che terrorizza l’intero quartiere. Deciso a riaffermare la propria dignità, Marcello si troverà ad immaginare una vendetta dall’esito inaspettato.

Come sempre accade con Matteo Garrone, anche Dogman è un ibrido cinematografico, definito a metà fra una favola nera e un western suburbano: anzi a guardar meglio, nel film sono presenti tutti i marchi di fabbrica del regista, dalla violenza dell’ambiente al racconto dell’ossessione che nasce dalla solitudine.

Matteo Garrone è infatti un regista con uno sguardo sulle cose del tutto inedito. Il suo cinema è caratterizzato dalla spinta verso la “fiction documentaristica”, dove sono molto presenti attualità e cronaca, sempre declinati al racconto dell’animo umano. É proprio grazie a questo suo approccio naturalistico che il regista riesce a portare i suoi personaggi fuori dalla schermo: se lo sguardo della sua cinepresa è onesto, crudele e privo di sconti, focalizzato sullo squallore di certi ambienti, ciò che invece è empatico è lo sguardo dei suoi personaggi, verso i quali lo spettatore può provare compassione, identificazione o comprensione.

Nonostante la sua propensione al documentario, essa non diventa mai un limite, ma anzi si evolve e si modifica insieme al suo cinema, andandosi addirittura a mischiare col genere forse più lontano dal reale, ovvero il fantastico, dove le storie incantate possono anch’esse diventare terrene e concrete. Il cinema di Garrone e il suo stile registico rimangono sempre fedeli a se stessi, senza rischiare mai (a differenza di altri) di diventare autoreferenziali. Dopo i migliori film di Paolo Sorrentino, è ora il turno di esplorare la filmografia di un altro grande regista del nostro cinema.

Ospiti, 1998

Dopo il suo primo lungometraggio Terra di mezzo, datato 1996, Garrone realizza questa storia di immigrazione premiata alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Due cugini albanesi lavorano in un ristorante a Roma e vivono provvisoriamente in un appartamento dei Parioli. I due non potrebbero essere più diversi e i rapporti che intrecceranno li porteranno inesorabilmente ad allontanarsi. Ospiti è il primo film che mostra l’interesse di Matteo Garrone verso il realismo, ed è anche il primo film che adopera il metodo che poi il regista utilizzerà in tutte le sue produzioni: troupe ridotta al minimo, ripresa in ambienti reali, uso della camera a spalla, del sonoro in presa diretta e soprattutto di attori non professionisti.

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Estate romana, 2000

Uguale la poetica anche nel terzo lungometraggio, che però stavolta si approcia al genere della commedia. Il film narra la storia di Salvatore, uno scenografo napoletano che vive a Roma insieme alla sua assistente Monica e alla figlia di lei. Una mattina Rossella, un ex attrice proprietaria della casa, fa ritorno a Roma solo per ritrovare una città caotica che stenta a riconoscere. Al centro l’alienazione dell’uomo di città, Estate Romana basa tutto sulla sua ambientazione, una Roma in subbuglio per la preparazione al Giubileo che diventa il palcoscenico perfetto per degli incontri casuali che possono cambiare la vita.

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L’imbalsamatore, 2002

Il bellissimo e giovane Valerio conosce allo zoo Peppino Profeta, un tassidermista affetto da nanismo, e diventa prima sua amico e poi suo assistente. Guadagna bene e vive di piaceri che Peppino può permettersi grazie alla sua affiliazione con la camorra. Durante una trasferta a Cremona, Valerio conosce Debora, se ne innamora e la porta con sé a vivere da Peppino, dove alloggia temporaneamente. L’uomo diventa geloso della ragazza che mina il legame tra lui e Valerio, un legame che è diventato per lui una vera e propria ossessione. Come Dogman, anche questo film si ispira ad un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1990, quello del “nano di Termini” Domenico Semeraro, un tassidermista omosessuale ucciso dal suo protégé, Armando Lovaglio. Attraverso la storia di un uomo che ricerca la bellezza inseguendo un amore impossibile, Matteo Garrone racconta per la prima volta un tema che ritornerà spesso nei suoi successivi film: l’ossessione, l’idea fissa che tormenta i protagonisti e che guida le loro pulsioni. Il film è molto importante perchè segna la svolta nella carriera del regista, che per la prima volta si fa notare dalla critica (ma non ancora dal pubblico).

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Primo amore, 2004

Un altro film tratto da un fatto di cronaca che a sua volta divenne best-seller: Il cacciatore di anoressiche era infatti un romanzo autobiografico in cui Marco Mariolini, attualmente in carcere, raccontava la storia della sua ossessione erotica verso donne anoressiche e scheletriche e che lo portò nel 1998 ad uccidere la sua fidanzata Monica Calò. Matteo Garrone trae spunto da questa storia di violenza e ossessione e ne fa un film che all’epoca lo consacrò definitivamente al grande pubblico. Vittorio è un orafo vicentino che, grazie ad un annuncio per cuori solitari, conosce Sonia (interpretata da una bravissima Michela Cescon). Ma Vittorio ha un ideale di donna ben preciso: l’amore è possibile solo attraverso la magrezza del corpo, che deve essere anoressico, quasi scheletrico. Sonia accetta di adeguarsi ai suoi desideri iniziando una dieta strettissima che la condurrà ad una forma di schiavitù fisica e mentale. Come ne L’imbalsamatore, anche qui è presente l’ossessione maniacale e la perversione psicologica che si traduce in martirio fisico, grazie ad uno sguardo allucinato e a tratti astratto non solo sui personaggi, ma anche sull’ambientazione claustrofobia della provincia italiana. In concorso al Festival di Berlino nel 2004, Primo amore segna il passaggio più ambizioso nella carriera del regista, ormai maturo e pronto al salto che di lì a poco sarebbe avvenuto con Gomorra.

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Gomorra, 2008

Su questo film sono state scritti articoli, saggi ed interi volumi di cinema: uno dei più grandi film italiani della contemporaneità, Gomorra ha di fatto cambiato il corso della cinematografia del nostro paese (ed anche della serialità televisiva). Partendo dal best-seller inchiesta di Roberto Saviano, uno dei libri che ha rivoluzionato la nostra letteratura, la trama gira attorno a molteplici storie e personaggi in un territorio martoriato dalla camorra: Pasquale è un sarto sotto ricatto; Totò è un ragazzino cresciuto a Scampia che non può restare sordo al richiamo dei clan; Franco è un uomo senza scupoli che si occupa dello smaltimeto dei rifiuti tossici; Marco e Ciro sono due giovani aspiranti criminali cresciuti col mito di Scarface. Un film corale ma non dispersivo, con tante storie tenute insieme da una neutralità nello sguardo ma allo stesso tempo piena di carica emotiva: adattare significa quasi sempre tradire, e nell’operazione di traduzione Garrone non vuole restituire gli infiniti dettagli delle pagine di Saviano (che qui compare tra gli sceneggiatori), ma firmare un adattamento che cattura la natura del romanzo, soprattutto la sua ambientazione. Gomorra è infatti un’immersione totale nel mondo culturale e criminale al centro della vicenda, sia il film che la sua lavorazione, che vide perfino veri boss della camorra partecipare alle riprese. Il film ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes, cinque European Film Awards, sette David di Donatello e una nomination ai Golden Globe per il Miglior film straniero. Gomorra può ritenersi il punto di arrivo e allo stesso tempo di partenza di Matteo Garrone, che da questo momento diventa un regista di fama mondiale. Semplicemente un capolavoro del cinema conemporaneo.

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Reality, 2012

Luciano Ciotola, un pescivendolo napoletano, si convince di essere destinato a entrare nella casa del Grande Fratello. La prospettiva di partecipare al più famoso reality show italiano lo invade, fino a sottrargli completamente ogni briciolo di lucidità e di contatto con la realtà. Garrone con questo film porta sullo schermo una parabola quasi sociologica, che racconta l’Italia lobotomizzata dalla televisione, piena di una violenza non esplicita e brutale come in Gomorra, ma piuttosto sottile e persuasiva, invisibile e per questo più pericolosa. In un turbinio di colori densi, di atmosfere allucinate e chiassose, i personaggi del film da autentici diventano grotteschi, inquadrati dallo sguardo apparentemente impersonale di Garrone, ma in realtà ironico e desolante. Grandissima interpretazione di Aniello Arena, l’attore ex ergastolano ed ex membro della camorra protagonista del film, che col suo volto incarna perfettamente l’ossessione per la rivalsa, tema sempre centrale nei film di Garrone. Dopo Gomorra, secondo Grand Prix al Festival di Cannes nel 2012, segno che ormai il regista e la kermesse sono una combo che vince.

Matteo Garrone

Il racconto dei racconti – Tale of Tales, 2015

Nel 2015 Garrone spiazzò tutti presentando a Cannes questo adattamento non di un romanzo di cronaca o di attualità, ma piuttosto una di una fiaba. Lo cunto de li cunti è infatti una raccolta di fiabe dalle tinte horror di Giambattista Basile, pubblicata postuma tra il 1634 e il 1636. Una scelta sicuramene atipica per un regista come Garrone, che qui dirige un cast internazionale fatto di attori come Salma Hayek, Vincent Cassel, John C. Reilly e Toby Jones. Il film è a episodi e si svolge nel 1600, con varie storie che si intrecciano tra loro: una regina non riesce più a sorridere, consumata dal desiderio di un figlio; due anziane sorelle fano leva su un equivoco per attirare le attenzioni di un re erotomane sempre affamato di carne fresca; un sovrano organizza un torneo per dare in sposa la figlia contando sul fatto che nessuno dei pretendenti supererà la prova da lui ideata, così che la figlia non lasci il suo castello. Spostando semplicemente su di un altro piano/genere la sua ricerca artistica, Garrone mantiene la sua cifra registica, realizzando una fiaba nera che attinge i propri temi dalla realtà e dal quotidiano, realizzando in pratica la famose frase “le fiabe contengono tutto l’universo”. Un film particolarissimo che riesce a stupire anche l’estimatore più accanito.

Matteo Garrone

Dopo Dogman, ora Matteo Garrone è pronto a rimettersi a lavoro sul live-action di Pinocchio, progetto che aveva momentaneamente abbandonato proprio per concentrarsi sulla storia del canaro. Questa nuova versione del classico di Carlo Collodi avrà come protagonista nel ruolo di Geppetto nientepopodimeno che Toni Servillo (al suo secondo film col regista dopo Gomorra), e sarà girato per lo più proprio a Collodi. Come abbiamo detto non è la prima volta che il regista si cimenta con la favola e la sua intenzione sarà quella di ricreare l’atmosfera originale del XIX secolo, quella di un mondo contadino di povertà ma anche di violenza. Siete già curiosi?

Serafina Pallante