calcutta
04 Agosto 2018   •   Lavinia Micheli

Semplicemente Calcutta: nascita ed evoluzione artistica di un cantante Mainstream.

«Dai circoli Arci all’Arena di Verona, ripercorriamo insieme la vita artistica di Calcutta, al secolo Edoardo D’Erme. Dagli scherzi cantati voce e chitarra, passando per Brooklyn e Sabaudia fino alla consacrazione dello stadio di Latina.»

Calcutta me lo ha fatto conoscere mio padre. In quella primavera del 2016 avevo già ascoltato male e distrattamente Cosa mi manchi a fare, per caso, alla radio. Non mi aveva colpito e credevo che si trattasse dell’ennesima canzoncina-tormentone, a vita breve.

Ci voleva la primavera, con il suo rifiorire, per portarmi nel mondo del cantante latinense: ricordo un pomeriggio intero passato su Spotify ad ascoltare Mainstream, il suo secondo album uscito nel 2015. Perché Edoardo D’Erme è così, ti entra dentro a poco a poco, senza disturbare, e non ti lascia più. Sarà per la sua aria estremamente familiare, per il modo di scrivere e di cantare, così semplice e diretto, ma la sensazione che si ha è di avere a che fare con un autore soprattutto sincero.

A partire dalla sua dichiarazione circa la scelta del nome d’arte. Al giornalista di Repubblica che gli fece la domanda in un’intervista nel novembre 2015, rispose che il nome era nato per caso, da uno scherzo con un amico e che non lo aveva più cambiato. Erano i tempi in cui il cantante, classe 1989, suonava al Sottoscala9 di Latina. Quando i Calcutta erano due: Edoardo e Marco Crypta, che lascia la band nel 2011.

Gli inizi

Le canzoni nascevano per caso, da racconti inventati sul momento e improvvisati, tra un locale e l’altro, fra Latina e Roma. I soggetti sempre presi in prestito dalla vita del cantante e dei suoi amici. La pretesa di essere spontaneo. E poi una sorta di vagabondaggio intrinseco: una vita vissuta fra Latina, Roma, Bologna, Milano (città che ritroviamo anche nelle canzoni) ma anche Brooklyn, dove c’è un Edoardo che non ti aspetti, che mette dischi nei locali, che per mantenersi fa il pubblico pagato in vari programmi televisivi.

Il primo album è Forse…, pubblicato per Geograph Records nel 2012, seguito dall’EP The Sabaudian Tape, interamente registrato nella pineta di Sabaudia fra il 2012 e il 2013 per la romana Selva Elettrica. La voce è piuttosto stonata, fuori tempo, l’audio della chitarra di scarsissima qualità. Eppure il cantante comincia i suoi primi piccoli tour locali, il suo piccolo pubblico cresce attorno al Fanfulla, di cui si parla in Natalios (“Io quasi quasi vado a casa/tanto al Fanfulla hanno finito da mangiare”) e al Dal Verme, circoli Arci in zona Pigneto a Roma.

Il successo

È Cosa mi manchi a fare però che segna uno spartiacque nella vita di Edoardo, una canzone registrata inizialmente con Photo-Booth su pressione di un amico a Spinaceto, mentre il cantante studiava portoghese (il suo cantautore preferito è il brasiliano Caetano Veloso). Il giorno in cui la canzone è uscita, la ragazza lo ha lasciato. Profetico. È lì che la vena artistica cresce e si insinua, con quei quattro accordi facili da ripetere, ottimi per una cantata attorno ad un falò in spiaggia. Colpisce quella malinconia rassegnata e quotidiana, tenera e vera.

Poi successi in ascesa con la casa discografica Bomba Dischi, Frosinone, Gaetano ed Oroscopo. Mainstream è un album che resta molto nelle orecchie della gente e viene ben assimilato nella vita di tutti i giorni. La qualità è decisamente superiore a Forse…, tanto da essere considerato il primo vero e proprio album, non a caso viene presto certificato come Disco d’Oro.

Con il concerto al Francioni di Latina, il cerchio si è chiuso: sul palco un ragazzo emozionatissimo, incredulo di fronte al pubblico della sua città, che saluta come un caro amico. D’altronde se come dice Caparezza, “il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”, Evergreen, uscito nel maggio scorso, preceduto dai singoli Orgasmo e Pesto, ha da subito conquistato i cuori dei fan con le sue sonorità più ricercate ed arrangiamenti più accurati. Ma se c’è una cosa che non è cambiata nello stile del nostro amico Edo è l’onestà intellettuale di rimanere fedele a sé stesso e al suo pubblico. Ed ora si va così, verso Verona, il banco di prova dei grandi artisti, con il cuore a mille.

Lavinia Micheli