La Scarzuola
21 Giugno 2017   •   Carolina Attanasio

La Scarzuola, il teatro surreale dell’Umbria

«Non c’è niente da fare, l’Umbria è il cuore mistico dell’Italia, non solo nel sacro ma anche nel profano: se non ci credete, a convincervi ci pensa la Scarzuola»

Ci sono posti che pensi esistano solo nelle favole, nei film, nella sigla di Game of Thrones. Invece, basta andare in Umbria – che di castelli, cavalli e cavalieri ne sa qualcosa – per rendersi conto che certe architetture hanno preso forma anche nella realtà. È il caso de la Scarzuola, la città-teatro costruita dall’architetto milanese Tommaso Buzzi, nel tentativo di rendere reale il concetto di città ideale.

Siamo a Montegabbione e questo posto ha del surreale, quello vero. Della località si hanno notizie già nelle cronache medievali, che indicano questo luogo come il posto in cui San Francesco costruì una capanna dove miracolosamente era sgorgata una fonte d’acqua. La suddetta capanna fu realizzata utilizzando la scarza, una pianta palustre da cui poi la Scarzuola avrebbe preso il nome. Nel corso dei secoli, sull’area sorse un convento di Frati Minori e, a partire dal ‘700, la proprietà passò in mano ai marchesi Misciatelli di Orvieto.

Negli anni cinquanta del novecento, Tommaso Buzzi acquistò l’intera proprietà e decise di realizzarvi, accanto, la sua città ideale – la Scarzuola – che rappresentasse non solo se stesso ma anche una vera e propria allegoria della vita, seguendo il linguaggio ermetico tipico della massoneria settecentesca. Ricordato come uno dei più grandi designer del novecento italiano, Buzzi ha lasciato il segno nell’architettura, nell’urbanistica, nell’arredamento, con un gusto unico e raffinato che – tuttavia – non ha mai mancato di sfociare nell’attenzione per l’artigianato, la bottega, fino a sconfinare nell’onirico e culminare ne la Scarzuola, l’opera che rappresenta l’intero suo percorso professionale e personale.

Se, guardandola, vi sembra di essere in un quadro metafisico, non temete, avete le coronarie apposto: la Scarzuola è un’utopia su pietra, la realizzazione di quell’ideale architettonico inseguito per secoli da progettisti e architetti, in particolare durante il Rinascimento. Un insieme urbanistico surreale e perfetto allo stesso tempo, nonché un vero e proprio agglomerato teatrale: se ci fate caso, vedrete infatti come vari “teatri” si addossino l’uno all’altro componendo la Scarzuola, ispirandosi a location storiche come Villa d’Este, Villa Adriana, non ultima l’incredibile Bomarzo. Tutti gli elementi dei vari luoghi cui la Scarzuola si ispira sono collegati tra loro attraverso scale, passaggi, labirinti, colonnati, spirali, torri, in un circolo vizioso di elementi sviluppati su varie altezze, che danno quasi le vertigini.

La Scarzuola prende forma nell’arco di un ventennio, tra il 1958 e il 1978, rimanendo volutamente incompiuta. Lo stesso Buzzi la definisce così:

«Alla Scarzuola, quando qualcuno mi osserva che la parte nuova, creata da me, non è “francescana”, io rispondo: naturalmente, perché rappresenta il mondo in generale e in particolare il mio Mondo – quello in cui ho avuto la sorte di vivere e lavorare – dell’arte, della cultura, della mondanità, dell’eleganza, dei piaceri (anche dei vizi, della ricchezza, e dei poteri) in cui però ho fatto posto per le oasi di raccoglimento, di studio, di lavoro, di musica e di silenzio, di grandezze e miseria, di vita sociale e di vita eremitica, di contemplazione in solitudine, regno della fantasia, delle favole, dei miti,echi e riflessi fuori dal tempo e dallo spazio, perché ognuno ci può trovare echi di molto passato e note dell’avvenire».

La Scarzuola si compone di sette scene teatrali, metafore di vita, che culminano nell’Acropoli, un insieme di edifici costruiti attraverso numerosi archetipi, vuoti all’interno e dotati di scomparti, che assumono diverse forme, a seconda della prospettiva da cui vengono guardati. Sacro e profano, così diversi eppure armoniosi insieme, si fondono in questo luogo che emana misticismo da ogni pietra. La Scarzuola si ispira all’Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna (Amoroso combattimento onirico di Polifilo), racconto di un viaggio di iniziazione che ha come fulcro la donna amata e che si trasforma in una metafora del mutamento interiore, alla ricerca dell’amore platonico. Tra il neomanierismo e il surrealismo, la Scarzuola vi avvolge da ogni direzione, in maniera volutamente sproporzionata, incompleta, accavallando gli edifici e – dopo un po’ – anche la vostra testa in un nugolo di pensieri evocativi sul senso della vita, l’astronomia, la magia.

La Scarzuola è una proprietà privata, per visitarla è obbligatoria la prenotazione, il biglietto d’ingresso ha un costo di 10 euro. Sul sito ufficiale si legge «è come una medicina: può avere effetti collaterali anche gravi», magari può succedervi che, perdendovi nelle illusioni di questo posto, troviate il senso della vita, o quantomeno quello di una giornata vissuta davvero bene.

Carolina Attanasio