Sergio Marchionne
28 luglio 2018   •   Snap Italy

Sergio Marchionne, l’imprenditore con il maglioncino blu

«Si è spento lo scorso 25 luglio Sergio Marchionne, il manager riservato e dedito al dovere che aveva il potere di risanare le casse delle case automobilistiche in crisi»

Una figura storica del nostro Paese, uno di quei personaggi che ha lasciato il segno nel mondo delle aziende automobilistiche e che ha lanciato un “modus vivendi” fatto di eleganza e potere. Si è spento ieri nella clinica universitaria di Zurigo Sergio Marchionne. Era stato ricoverato all’inizio di luglio.

Sergio Marchionne

©Mauro Scrobogna /LaPresse
05-07-2007 Torino
Economia
Presentazione FIAT 500
Nella foto: Sergio Marchionnne AD FIAT
New FIAT 500 presentation show 

Nato a Chieti il 17 giugno 1952, era figlio di un maresciallo dei Carabinierie di Maria Zuccon, veneto-istriana. Dopo l’adolescenza in Abruzzo, a 14 anni, la sua famiglia si spostò, emigrando in OntarioCanada. La morte del padre spinse la mamma a trasferirsi qui, in casa di una sorella che commerciava frutta e verdura. La sua è stata una vita costantemente in bilico tra Italia e America, sia Stati Uniti che Canada.  Prese una prima laurea in filosofia all’Università di Toronto e poi un’altra in legge alla Osgoode Hall Law School of York University, a cui seguì un master in Business Administration all’University of Windsor. Data la forte qualificazione, Sergio Marchionne iniziò a lavorare prima come procuratore legale e nel 1983 entrò nel colosso della consulenza Deloitte Touche come avvocato commercialista ed esperto di fisco. Fu questo l’inizio di quella carriera che portò Sergio Marchionne nel 2000 a trasferirsi in Svizzera come amministratore delegato di Lonza Group, azienda svizzerache si occupa di farmaceutica e biotecnologia.

A portare Sergio Marchionne sotto i riflettori fu il risanamento di Sgs, il colosso elvetico della certificazione, di cui divenne amministratore delegato nel 2002. Dopo questa grande operazione la sua fama lo portò a Torino, chiamato da Umberto Agnelli sul letto di morte, nel momento più oscuro del gruppo Fiat. Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, figure di primo piano dell’universo torinese, insieme a Susanna Agnelli disegnarono il futuro: il primo giugno 2004 Sergio Marchionne, che è già da un anno era in consiglio d’amministrazione, venne nominato amministratore delegato, con presidente Luca di Montezemolo e vice presidente John Elkann, appena ventenne.

La situazione continuò a rimanere critica e ancora una volta il salvataggio di Sergio Marchionne passerà per gli Usa. Decise di rompere con General Motors che pagò 2 miliardi di dollari per sciogliere il contratto che le imponeva l’acquisto di Fiat Auto. Un bonifico che permise al marchio torinese di ricominciare. Nel 2009 poi Sergio Marchionne compì il suo vero e proprio miracolo manageriale: in un’America piegata dalla crisi finanziaria, Fiat ottenne da Obama il 20% di Chrysler, il più piccolo dei tre costruttori d’auto in Usa. L’azienda, dopo la fallimentare alleanza con Daimler, era al collasso. A convincere Washington, oltre alla credibilità guadagnata da Sergio Marchionne come grande risanatore, furono l’esperienza e le garanzie offerte da Fiat su nuove formule di mobilità “verde”.

Fu l’inizio di quel percorso che porterà poi nel 2014 i torinesi al controllo del 100% di Chrysler. Nacque quindi Fca (Fiat Chrysler Automobiles) che consacrò Sergio Marchionne come uno dei grandi protagonisti dell’automobilismo mondiale sulle due sponde dell’Atlantico. Un signore di altri tempi, un colosso dell’industria mondiale, una figura in grado di gestire le finanze di grandi aziende  con strategie che lo renderanno in eterno un personaggio indimenticabile.

June 1, 2018 in Vercelli, Italy.

Nessun altro manager, prima di lui, era riuscito a risanare ben due colossi dell’auto. In entrambi i casi raccogliendoli a un passo dal baratro. Guadagnò la copertina di Time, che lo chiamò lo Steve Jobs dell’auto, e il plauso del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che lo trasformò in icona della ripresa dell’auto a stelle e strisce. E ultimamente è stato definito il manager “preferito” anche da Donald Trump, per i suoi investimenti in Usa. Un cammino scandito da grandi operazioni (alcune delle quali ancora in via di realizzazione), a iniziare dal rilancio di Jeep, divenuta ormai il gioiello della corona di Fca, passando per la rinascita di Maserati e la scommessa su una Alfa Romeo “premium”. In mezzo però, anche alcuni movimenti che l’hanno portato spesso al centro di dibattiti dell’opinione pubblica come la delocalizzazione di numerose produzioni e la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese.

L’ultimo piano industriale, presentato il primo giugno, confermava quanto già annunciato da tempo, ovvero il declino del marchio Fiat, cui sarebbe stato preferito sui principali mercati quello della famiglia 500, e l’uscita di scena di Lancia. Stesso destino negli Usa con Chrysler per puntare tutto su Jeep e Ram. Non a caso il suo successore Mike Manley è stato per molto tempo il responsabile di entrambi i marchi.

Un accanito fumatore, un uomo ironico, forte e diretto. L’uomo che senza dubbio avrà segnato un’epoca nella storia della moda con quel maglioncino blu, con il tricolore nella manica a cui non rinunciava mai. Era anche un uomo molto riservato, si è sempre saputo molto poco della sua vita privata. Una persona tutta d’un pezzo, dedita al lavoro, con la propensione a portare a termine i suoi doveri. D’altronde, proprio nell’ultima uscita pubblica Sergio Marchionne aveva spiegato come nei Carabinieri si rispecchiavano «i valori con cui sono cresciuto e che sono stati alla base della mia educazione: la serietà, l’onestà, il senso del dovere, la disciplina, lo spirito di servizio». E poi amava le Ferrari, che acquistava di tasca propria, e la musica lirica. Un vero signore. Arrivederci Sergio. 

Chiara Rocca