19 Novembre 2015   •   Argia Renda

40 anni senza Vittorio De Sica, il suo cinema vive ancora

«La sua lezione e il suo amore per lo spettacolo sono più che attuali, necessari. A contraddistinguere il suo rapporto col cinema, dietro e davanti la macchina da presa, c’era proprio questa capacità di arrivare alla realtà delle cose nella maniera più diretta e immediata: niente eccessi o artifici retorici, nessun trucchetto o furbizia» –  Corriere della Sera

Il 13 Novembre 1974, in Francia, a 73 anni, ci lasciava uno dei più grandi maestri del cinema: attore, regista e sceneggiatore amato da pubblico e critica e considerato uno dei padri della commedia all’italiana. E’ stato uno dei più prolifici attori italiani, avendo girato 154 film tra cinema e televisione che negli anni gli costarono numerosi riconoscimenti tra cui quattro Oscar vinti, con i suoi capolavori: Sciuscià (Oscar 1948), Ladri di biciclette (Oscar 1950), Ieri,Oggi e Domani (Oscar 1965), Il giardino dei Finzi- Contini (Oscar 1972). Si può con certezza affermare che lui fu l’uomo per cui venne inventato l’Oscar al miglior film straniero, infatti fino a quel momento non esisteva e ora è il premio più ambito per la cinematografia extra-hollywoodiana.

Nato a Sora, un piccolo paese dell’entroterra laziale, ha avuto due famiglie, due mogli e tre figli. Chi lo ha conosciuto lo ricorda come un grande lavoratore che non si concesse mai più di due giorni di riposo.

Da subito inizia ad amare prima il teatro e dopo il cinema dove muove i suoi primi passi. È considerato uno dei “padri del Neorealismo italiano” insieme con Rossellini e Visconti. Impossibile non ricordare il suo sodalizio con Cesare Zavattini con il quale scriveva la sceneggiatura dei suoi film e l’amicizia con tanti degli attori simbolo delle sue pellicole come: Sophia Loren, Marcello Mastroianni , Alberto Sordi e Totò. Se come regista ha contribuito a raccontare uno spaccato di vita degli italiani, raccontando anche gli aspetti drammatici di quegli anni, descrivendo vizi e virtù del popolo e affrontando i cambiamenti del nostro paese all’ indomani del dopoguerra, come attore ha dato vita a maschere immortali come il maresciallo di Pane, Amore e…, lo spiantato de Il Conte Max o il pomposo sindaco de Il vigile.

La sua eredità artistica è legata indissolubilmente anche allo spirito napoletano, infatti Napoli ha sempre avuto per De Sica un posto speciale nel suo cuore, affermava sempre che “nu cafone ‘e fora può amare Napoli più di un napoletano”.

Indimenticabile la canzone, Parlami d’amore Mariù, brano del 1932, scritto da Andrea Bixio per la sua voce, inserita nel film: Gli uomini, che mascalzoni, che resterà un suo cavallo di battaglia.

Vittorio De Sica era tutto questo, un uomo che riusciva a conciliare la profondità della riflessione sulla realtà nei suoi film con la superficialità dei tavoli da gioco, sua grande passione portata anche sullo schermo ne L’Oro di Napoli, aspetti lontani di una personalità divisa tra impegno e disimpegno. Nonostante il pubblico amasse il lato del suo carattere arguto e farsesco, era solamente un uomo, con i suoi pregi e i difetti, di cui tutti ricordano il sorriso, come diceva Zavattini “quella faccia sorridente, perché ama la vita”.

A quaranta anni dalla sua morte, oltre ai suoi lavori, rimane sicuramente il legame forte, autentico e diretto che De Sica aveva con lo spettatore, unito all ’amore per un cinema puro e reale che vive ancora nelle pellicole moderne.

È proprio vero che l’arte rende immortali.

Argia Renda