20 Ottobre 2016   •   Argia Renda

Vittoriale degli italiani: un tuffo nella storia

«Quando metti piede al Vittoriale di Gardone per la prima volta non sai esattamente che cosa aspettarti: una villa, un giardino, una casa-museo o un luogo per concerti ed eventi»

Il carattere eclettico e la fantasia di Gabriele D’Annunzio, che tutti noi conosciamo come famoso poeta e personaggio politico di inizio ‘900, hanno trovato sfogo su questa collina con vista panoramica sul Lago di Garda; il Vittoriale degli Italiani è un complesso di edifici, vie, piazze, un teatro all’aperto, giardini e corsi d’acqua eretto tra il 1921 e il 1938 venne costruito a Gardone Riviera sulla sponda bresciana del lago di Garda con l’aiuto dell’architetto Giancarlo Maroni, a memoria della “vita inimitabile” del poeta-soldato e delle imprese degli italiani durante la Prima guerra mondiale. Passo dopo passo la villa è diventata un’enorme casa-museo dedicata alle imprese di D’Annunzio e del “popolo italiano. Dietro ad ogni angolo si respira la storia, si nasconde una statua, si cela un pezzo pregiato del passato, ad ogni modo qualcosa che è giunto fino a noi e che vale la pena conoscere.

L’ingresso monumentale è costituito da una coppia di archi al cui centro si trova una fontana su cui è inciso un passo dell’ultima opera di D’Annuzio, Libro Segreto, la fontana è sormontata da una coppia di cornucopie e un timpano con il famoso motto dannunziano “Io ho quel che ho donato”. Salendo ancora si giunge alla Piazzetta Dalmata che prende il nome dal pilo sovrastato dalla Vergine di Dalmazia. Su questo spazio si affacciano la Prioria, la casa-museo di Gabriele d’Annunzio, lo Schifamondo, le torri degli Archivi e il tempietto della Vittoria con una copia bronzea della celebre Vittoria alata di Brescia di epoca classica.
La Prioria, ovvero casa del priore, è stata denominata cosi dal poeta, precedentemente casa del critico d’arte tedesco Thode. L’antica facciata settecentesca della casa colonica viene trasformata e arricchita dal Maroni, tra 1923 e il 1927, con l’inserimento di antichi stemmi e lapidi che richiamano alla memoria la facciata del Palazzo Pretorio di Arezzo. Al centro della facciata il motto dannunziano Né più fermo né più fedele.

Lo Schifamondo, invece, era l’edificio destinato a diventare la nuova residenza del poeta, ma non ancora ultimato al momento della sua morte. Il nome, ispirato da un passo di Guittone d’Arezzo e dalla residenza rinascimentale di palazzo Schifanoia degli Estensi di Ferrara, manifesta il desiderio di isolamento del poeta. L’edificio è stato concepito dall’architetto Maroni come l’interno di un transatlantico: finestre come oblò, vetrate alabastrine, ambienti rivestiti in boiserie di legno, corridoi alti e stretti e uno studio del tutto simile al ponte di comando di una nave, con decorazioni déco.  In quella che doveva diventare la sua nuova stanza da letto, è stato esposto il corpo del poeta per la veglia pubblica nei giorni immediatamente successivi alla sua morte. Il resto della casa è costituito da presenze simboliche che ne ricordano il valore sacrale: il cancello dorato, i sette scalini, gli stalli di un coro seicentesco alle pareti, un pastorale e un’acquasantiera, la colonnina francescana in pietra d’Assisi sormontata da un canestro in cemento con melograni, frutto che d’Annunzio ha eletto a emblema di sé, in quanto simbolo di abbondanza e fertilità.

Cominciamo dalla Stanza del Mascheraio: questa anticamera fungeva da sala d’attesa per le visite ufficiali. Al suo interno sono collocati circa novecento volumi, fra cui anche spartiti musicali ed una ricca collezione di dischi, una radio ed un grammofono, composti in occasione della visita di Mussolini al Vittoriale. Si dice che lo stesso poeta abbia fatto attendere per due ore Mussolini in quella stanza.

La Stanza della Musica, inizialmente intitolata a Gasparo da Salò, ritenuto l’inventore del moderno violino, è una grande sala destinata ai concerti da camera, per favorire l’acustica e il raccoglimento. Le pareti sono rivestite da preziosi damaschi neri e argento raffiguranti bestie feroci: è un rimando al mito di Orfeo che con la musica riesce ad ammansire le fiere. Nella sala sono conservati due pianoforti e altri strumenti musicali: un clarino, uno zufolo e un arciliuto. Sulle pareti si trovano alcuni dipinti della collezione Thode fra i quali un ritratto di Cosima Liszt Wagner, opera di Franz von Lenbach, e le maschere funerarie di Ludwig van Beethoven e di Franz Liszt.

Il nostro percorso continua con la Sala del Mappamondo, è la biblioteca principale della casa. Qui sono collocati i circa seimila libri d’arte già appartenuti al critico d’arte tedesco Henri Thode sul totale dei 33.000 complessivi raccolti da d’Annunzio nel corso della sua esistenza. Il nome della stanza deriva dalla grande sfera geografica settecentesca collocata sopra un tavolo. Al centro della sala oltre la maschera funeraria di Napoleone Bonaparte, anche alcuni oggetti realmente appartenuti al condottiero francese durante il periodo di esilio trascorso a Sant’Elena. Tra le due finestre un organo americano al quale solitamente sedeva Luisa Baccara, giovane pianista veneziana ma soprattutto compagna ufficiale di d’Annunzio a Fiume e per tutto il periodo del Vittoriale.

La Stanza della Leda, era la camera da letto del Poeta e prende il nome da un grande gesso posto sul caminetto raffigurante Leda amata da Giove trasformatosi in cigno. Questa è unita alla Veranda dell’Appollino, piccolo ambiente aggiunto alla struttura per schermare la luce del sole diretta alla camera. In seguito troviamo la Stanza del Lebbroso, concepita da D’Annunzio come luogo di meditazione dove ritirarsi negli anniversari fatidici della sua vita, il letto era stao chiamato dal poeta delle due età perché simile ad una bara e al tempo stesso ad una culla. Nel quadro in fondo alla parete è raffigurato invece San Francesco nell’atto di abbracciare un lebbroso che altri non è che lo stesso d’Annunzio, fra tutte le stanze del Vittoriale quella del Lebbroso è forse la più densa di simboli. In questa stanza, per la veglia privata, è stata esposta la salma del poeta nella notte fra l’1 e il 2 marzo 1938.

Ancora troviamo la Sala delle Reliquie, stanza dove d’Annunzio raccoglie immagini e simboli delle diverse fedi, infatti tra le tante troviamo una piramide di divinità, unita a santi e martiri della religione cristiana; ma la reliquia più importante è il volante spezzato del motoscafo di sir Henry Segrave, morto nel 1930 durante un tentativo di superare un record di velocità nelle acque del lago Windermere in Inghilterra. Per d’Annunzio quel volante rappresenta quella che lui definisce la “Religione del rischio”, il tentativo cioè dell’uomo di superare i vincoli impostigli dalla natura.

Esplorando ancora la casa troviamo lo Scrittoio del Monco, il nome deriva dalla scultura di una mano sinistra tagliata e scuoiata collocata sull’architrave della porta con il motto Recisa quiescit, tagliata riposa. Era la saletta adibita al disbrigo della corrispondenza: D’Annunzio, non potendo o non volendo rispondere a tutti, ironicamente si dichiarava monco e dunque impossibilitato a scrivere. Vicina ad esso è presente l’unica stanza nella quale entra la luce naturale del giorno: l’Officina, che era lo studio di D’Annunzio; su una delle due scrivanie spicca il busto velato di Eleonora Duse, grande attrice scomparsa nel 1924 che è stata per il poeta compagna e musa ispiratrice; un foulard di seta ricopre il volto della donna, “testimone velata” del suo impegno ininterrotto di scrittore.
Il nostro percorso al Vittoriale si conclude con la Sala della Cheli, definita l’unica sala non triste della casa, la stanza prende il nome da una grande tartaruga in bronzo ricavata dal carapace di una vera tartaruga donata a d’Annunzio dalla Marchesa Luisa Casati e morta nei giardini del Vittoriale per indigestione di tuberose: la sua presenza vale un monito contro l’ingordigia.

Argia Renda