Francesco Rocca: «Il calcio è la metafora più bella della vita»

Francesco Rocca

19 maggio 2017 • Sports • Di: • Visto: 6484

«L’unica gioia che ha mitigato il grande e continuo dolore che mi porto dietro per non aver più potuto calciare un pallone, è stata mettermi a disposizione, per far sì che quello che era successo a me non potesse succedere ai ragazzi che mi venivano affidati – Francesco Rocca»

Sacrificio, sudore, determinazione. Sono queste le parole che Francesco Rocca, ex calciatore della As Roma, non manca mai di pronunciare quando viene interpellato. La sua storia è una di quelle forti, una di quelle che lasciano il segno.

Partito dal nulla, con un sogno condiviso da tanti ragazzini, Francesco Rocca è riuscito, proprio grazie a quelle tre parole riportate in apertura, a coronarlo. Un sogno durato troppo poco, purtroppo. Quello di giocare con la sua squadra del cuore, insieme ai campioni che aveva fino a quel momento ammirato solo da spettatore. Un sogno che qualcuno ha interrotto e che si è trasformato, per qualche anno, nel più tremendo degli incubi. A soli 27 anni, la sua carriera da calciatore professionista si è interrotta. Un brutto intervento in partita, l’incompetenza di qualche luminare della medicina, ed ecco che la vita di Francesco Rocca ha dovuto prendere un’altra piega. Quel ginocchio, che non ha smesso mai di tormentarlo, è stato la fonte di tante sofferenze, e in parte lo è tutt’ora. Ma la grandezza di quest’uomo sta proprio nell’essersi saputo rialzare, nell’essere stato capace di rimettersi in gioco, nell’aver fatto del suo più grande dramma, il segreto per il successo di tanti giovani.

Kawasaki, questo era il soprannome dei tempi d’oro, e lo è ancora. Si tratta di una delle moto più forti in circolazione e, posso assicurarvelo, non può più correre ma la scocca è più resistente che mai. La sua carriera è proseguita, da allenatore, perché questo è quello che vuole essere. Educatore e non solo ex calciatore della As Roma.

Ma ne ho lette a bizzeffe di interviste che volevano fare leva sulla parte più emozionante e più dolorosa della carriera di Francesco Rocca. Questa volta no. Voglio raccontarvi i momenti felici del passato da calciatore, da allenatore, la lealtà, la forza, la devozione e l’amore per il calcio di quest’uomo, Francesco Rocca, di cui ho l’onore di essere figlia.

Gli esordi di un giovane futuro campione: raccontaci la prima convocazione nella As Roma.
Il mio esordio risale a tanti anni fa ormai. È stato un evento ricercato dal sogno di un ragazzo che, essendo tifoso della Roma e amante del gioco del calcio, sognava di poter giocare con la sua squadra del cuore. Questo sogno si è avverato, per una serie di coincidenze legate comunque all’amore per lo sport da parte mia. Sono approdato alla Roma, dopo essere stato prima a Genazzano e poi al Bettini Quadraro.

È stata la realizzazione del sogno, ma anche l’inizio della scalata verso la serie A. Mi sono reso conto da subito che sarebbe stata molto dura. Ho cercato quindi di dare sempre il massimo di me stesso. Grazie ad Helenio Herrera, che venne a vedere l’allenamento della primavera al Tre Fontane, sono riuscito ad arrivare in prima squadra. Gli feci un’ottima impressione e mi portò ad allenarmi al Flaminio. Da lì poi, con grandi sacrifici legati anche al fatto che dovevo quotidianamente raggiungere il campo di allenamento partendo da Ostia, dove alloggiavo al pensionato della Roma,  sono stato convocato la prima volta nel 1972 contro il Varese. Essere convocato con la prima squadra è stato il coronamento di questo grande sogno. Lo stesso anno c’è stato anche l’esordio da titolare in serie A contro il Milan. Un’emozione unica, indescrivibile.

E poi è arrivata la Nazionale. Qual è stata la prima partita di Francesco Rocca giocata da titolare?
La convocazione in Nazionale è avvenuta dopo aver fatto già un anno da titolare con la Roma. Mi era già stato dato il soprannome “Kawasaki”. Sono stato convocato dopo la brutta figura che fece l’Italia ai Mondiali del ’74 in Germania. L’idea era quella di rinnovare la Nazionale: chiamarono quindi il mister Fulvio Bernardini come tecnico e grazie a lui divenni titolare anche in Nazionale fino all’infortunio. La prima partita giocata da titolare è stata a Zagabria, contro la vecchia Jugoslavia, una squadra molto forte.

Con quale sentimento e con quale episodio, Francesco Rocca identificherebbe i suoi anni alla Roma prima dell’infortunio? 
Sicuramente li identificherei con il sentimento della felicità. In quel periodo per me era totale e continua. Stavo bene, ero nel pieno dell’inizio della carriera e giocavo con la mia squadra del cuore. Per quanto riguarda l’episodio, diciamo che tutti gli episodi che ricordo con i miei compagni sono un tuffo in un periodo meraviglioso. Ma ne ricordo uno in particolare.

Quando divenne allenatore Nils Liedholm, andavamo in ritiro a Brunico, dove c’era un percorso di guerra famoso per la sua durezza. Proprio lì esprimevo il massimo di me stesso, perché era durissimo sotto il profilo fisico. Ricordo che una volta ce lo fece fare due volte di seguito e io vinsi la medaglia d’oro, che un dirigente della Roma, il signor Polidori, aveva messo in palio. La vinsi io per distacco rispetto a tutti gli altri compagni. Fu una grande soddisfazione, oltre che motivo di risate e allegria con i miei compagni.

Parliamo appunto dei compagni. Quali ricordi con più affetto?
La mia storia è stata talmente breve che li porto davvero tutti nel cuore. Siamo arrivati terzi dietro la Juventus e il Napoli con una serie di vittorie molto importanti, il pubblico ci era straordinariamente vicino. Eravamo una gran bella squadra. Li ricordo davvero tutti con grande affetto. Prati, Cordova, “Picchio” De Sisti, Santarini, Negrisolo, Peccenini, fortissimo e con cui avevo un legame più forte, essendo cresciuti insieme e abitando in due paesi vicini. È stata una stagione fantastica.

“Sembra un Kawasaki”

Quando e come nasce il soprannome Kawasaki?
Nasce dai tempi della Primavera. Giocavo sulla fascia laterale ed ero molto veloce, anche se non ero io a giudicare le mie qualità. Per i tifosi ero sicuramente velocissimo, qualcuno disse “sembra un Kawasaki”, e da lì ho portato questo soprannome con me a vita. Si trattava della moto più veloce in assoluto, andava di moda in quel periodo. Diciamo anche che il mio modo di giocare per quell’epoca era moderno rispetto alla concezione classica del ruolo di terzino sinistro, c’era in me questa forza fisica impressionante.

Francesco Rocca

Chi era l’idolo di Francesco Rocca tifoso della Roma?
Ero un grande tifoso di Domenghini, ala tornante dell’Inter. Era il mio idolo da ragazzino, il mio riferimento, il modello a cui puntare ed essere riuscito a giocare per due anni con lui nella Roma, è stata la soddisfazione più grande che potessi ricevere da me stesso.

Dopo un brutto infortunio, Francesco Rocca diventa un tecnico d’eccezione. Raccontaci i tuoi 32 anni in FIGC a contratto annuale.
Dopo aver lasciato la Roma ho avuto la proposta dal dottor Franchi, allora presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, di entrare nei quadri tecnici della FIGC. Inizialmente ho lavorato come tecnico della Under 15 e poi ho proseguito con la mia carriera fino ad agosto 2016. Ho ricoperto il ruolo di tecnico di tutte le nazionali giovanili, meno che l’Under 21; sono stato collaboratore con la Nazionale A, con la squadra Olimpica e con l’Under 21; successivamente ho fatto l’osservatore per i vari tecnici federali, prima Sacchi, poi Prandelli e per ultimo Conte.

Il rinnovo è sempre stato annuale e questo mi dà senza dubbio un forte senso di orgoglio e di felicità, perché penso che 32 anni così, significhino che annualmente la valutazione era di fiducia e di apprezzamento. Ma soprattutto durante gli anni è cambiata la visione del mio rapporto con lo sport: inizialmente ero il protagonista, poi dopo l’infortunio, ho pensato che l’essere tecnico mi avrebbe dato delle responsabilità enormi. Da quel momento ho sempre voluto e lavorato per far sì che quello che era successo a me non potesse succedere agli altri, ai ragazzi che mi venivano affidati.

“È cambiata la visione del mio rapporto con lo sport: inizialmente ero il protagonista, poi dopo l’infortunio, ho pensato che l’essere tecnico mi avrebbe dato delle responsabilità enormi”
Francesco Rocca

Quali sono state le vittorie di Francesco Rocca in FIGC? 
Come collaboratore della Nazionale maggiore, ho ottenuto il terzo posto a Italia ’90; è stata una bella soddisfazione perché ero stato io a preparare sotto il profilo fisico la squadra, giovanissimo. Poi, sempre con Zoff, siamo arrivati secondi agli Europei in Olanda nel 2000. Invece come tecnico delle varie giovanili, ho fatto diversi tornei, ma i due risultati più significativi sono stati la finale del Campionato Europeo contro la Germania in Repubblica Ceca con l’Under 19, dove siamo arrivati secondi e i due secondi posti con l’Under 20 ai Giochi del Mediterraneo in Tunisia, contro la Tunisia e in Italia, contro la Spagna.

Quali professionisti del calcio odierno hanno, in parte, nella loro formazione il nome di Francesco Rocca?
La formazione a livello Nazionale è relativa, perché i giocatori ricevono la vera e propria formazione dai club. In Nazionale vengono saltuariamente e per periodi molto brevi, quindi non c’è grande possibilità di incidere. Però sono tantissimi i ragazzi passati da me e li ricordo tutti con immenso piacere. Ad esempio Giacomo Bonaventura, che giocava con l’Atalanta, poi andò in prestito e adesso è a pieno titolo un professionista di livello. Come lui tanti altri vedi Matteo Darmian, Alessandro Florenzi e Michelangelo Albertazzi (qui l’intervista in esclusiva). Tutti ragazzi che, in parte, grazie alla Nazionale, hanno spiccato il volo. La parte triste di questo settore è che tanti altri non sono poi riusciti ad arrivare, ma fa parte del gioco del calcio.

Francesco Rocca allenatore, come ti descriveresti?
Ho un concetto di allenatore molto diverso da quello attualmente in voga. Credo che l’allenatore sia un educatore in primis e che debba avere la responsabilità totale della squadra. L’allenatore deve essere un preparatore atletico, tattico, tecnico e, soprattutto, un esempio morale, nel rapporto con i giovani. Questa è una realtà che non ho mai potuto applicare perché non sono mai stato chiamato da un club. Ma se dovessi mai applicarla la mia teoria si baserebbe sul non frazionare le responsabilità rispetto alle esigenze della squadra. Qui si entra nel concetto di disciplina, alla quale io credo tantissimo, ma soprattutto ripeto nella responsabilità dell’esempio dell’allenatore, fondamentale per far sì che il risultato arrivi tramite il lavoro, la fatica e il sacrificio che lo sport pretende.

Come sarebbe la preparazione di Francesco Rocca per una squadra di club?
La preparazione dovrebbe essere costituita da macro-cicli annuali, quindi una pianificazione finalizzata al raggiungimento degli obiettivi prefissati dalla società, e da micro-cicli settimanali, finalizzato invece alla gara della domenica. Si tratta di un lavoro finalizzato alla crescita sotto il profilo tecnico, tattico, fisico e morale del giocatore. L’allenamento deve essere proporzionale all’obiettivo che la squadra deve e vuole raggiungere. Lo si fa per vincere, perché il calciatore che ambisce ad arrivare ai massimi livelli deve essere il migliore e la mia metodica di lavoro prevede un lavoro selettivo e meritocratico. La meritocrazia è fondamentale per far sì che i migliori giochino e vincano in base al lavoro svolto in allenamento.

Lo sviluppo del lavoro settimanale è completo. È uno sviluppo delle capacità fisiche inserite nelle qualità tecniche e nella capacità tattiche. È un misto di lavoro che serve a trarre il miglior rendimento possibile da ciascun giocatore, per poi metterlo insieme e fare la squadra. È necessario che il giocatore, guidato dall’allenatore, si impegni al massimo così da soddisfare non solo se stesso, ma anche il suo rapporto con la società e con i tifosi, che pagano un biglietto a settimana per vedere in campo un grande spettacolo.

Nel 2012 l’ingresso nella Hall of fame della Roma: cosa vuoi dire ai tifosi che non hanno mai smesso di amarti?
In realtà dopo l’elezione sono rimasto stupito. Ho giocato poco, solo tre anni e soprattutto quarant’anni fa e quindi vedere riconosciuta un’attestazione di stima così importante e così quantitativamente elevata, mi ha suscitato stupore e grandissimo piacere allo stesso tempo. D’altronde è da anni che il rispetto dei tifosi per me è immenso, e mi sento di ringraziarli con tutto il cuore. Per me è un grande onore essere rimasto nella loro memoria, davvero.

“Forse l’unica gioia che ha un po’ mitigato questo mio fortissimo dolore, che porto sempre dietro, è stata il poter mettere a disposizione la mia esperienza personale, facendo l’allenatore a tanti ragazzi che spero abbiano fatto tesoro e buon uso dei miei consigli”

 

Sembra che quella di domenica 28 sarà l’ultima partita di Francesco Totti. Cosa senti di dire ad uno dei tuoi ex allievi?
Purtroppo arrivano per tutti i momenti che nessuno vorrebbe mai arrivassero. Francesco è stato ed è un campione straordinario, con dei numeri impressionanti, e per questo motivo merita tutto il rispetto e l’affetto possibile da parte della società e del suo pubblico. Gli auguro ogni fortuna. Inizialmente sarà molto dura, come lo fu per me, anche se in condizioni diverse, ma poi troverà la sua strada, aiutato anche e soprattutto dall’affetto della gente che comunque non dimentica.

I rimpianti e i sogni di Francesco Rocca.
Di rimpianto ne ho solo uno ed è il dolore immenso, durato tutta la vita e che non finirà mai, per non aver più potuto calciare un pallone. Tutto quello che ho fatto dopo è stato un tentativo di recupero di una realtà bellissima che però non è mai più tornata. Forse l’unica gioia che ha un po’ mitigato questo mio fortissimo dolore, che porto sempre dietro, è stata il poter mettere a disposizione la mia esperienza personale, facendo l’allenatore a tanti ragazzi che spero abbiano fatto tesoro e buon uso dei miei consigli. Il sogno che mi rimane ad oggi, invece, è quello di allenare un club. Il campo è la mia vita, non mi sono mai visto dietro ad una scrivania, voglio allenare.

Che cos’è il calcio per Francesco Rocca?
Il calcio per me è la metafora più bella della vita. Nel calcio c’è l’espressione vera del merito, del sudore, della fatica, del lavoro e incide anche la componente fortuna, come in tutte le altre realtà. Quindi per me il calcio è vita. Se ti alleni hai soddisfazione e merito, e questo lo vediamo nel ricordo che hanno ancora i tifosi di me, se fatichi, lavori, riesci ad ottenere risultati con te stesso che sono proporzionali a quello che hai fatto. Tutto questo il calcio mi ha consentito di esprimerlo anche da allenatore nei confronti dei calciatori che ho allenato perché, quello che non ho potuto dare più come atleta, come calciatore, ho cercato di insegnarlo come allenatore, educatore. Questa è stata una cosa bellissima.

Il calcio spesso e volentieri è anche una fucina di illusioni, che lascia tanti ragazzi senza futuro. Cosa ne pensi?
Il rischio di illusione e fallimento è sempre in agguato. È per questo che è fondamentale il ruolo dell’allenatore. Fino ad una certa età ritengo sia doveroso che il ragazzo tenti anche la strada del successo, ma quando poi la realtà non lo gratifica con le giuste prospettive, è altrettanto giusto che trovi un’altra strada, che sia lo studio o il lavoro. Perché il rischio purtroppo continuo che l’illusione porti al fallimento, è reale.

Quindi questo dovrebbe essere l’obiettivo e l’impegno dei dirigenti e degli allenatori: far sì che, arrivati ad un punto della vita del ragazzo, ci sia una separazione netta tra il proseguire o il fermarsi e scegliere altre strade. È necessario che non siano fonte di illusioni, e questa è una delle cose per le quali ho scelto di fare l’allenatore, con un metodo molto duro e selettivo per far sì che i ragazzi capissero quale tipo di realtà e di futuro li aspettava.

Chiara Rocca

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